27 giugno 2011
04 ottobre 2008
Poesia
.jpg)
FOLLIA E LUCIDITA’
Follia,
un foglio bianco che non si fa macchiare
da una penna avvezza ad inchiostrare.
Follia,
spazi vuoti e silenzi interminabili
di fronte a parole e gesta ineffabili
folle chi narra e scrive scevro di ragione
folle pure chi vive dentro ad una canzone.
Lucidità,
un foglio scritto che esonda di parole
scritte da chi vive alla luce del sole.
Lucidità,
spazi pieni e parole ridenti
di fronte a pianti e introspezioni silenti.
Lucido chi non perde mai il lume della ragione
e spiega con senno agli altri ogni canzone.
Follia e lucidità,
due facce della stessa medaglia:
una adombra la vita, l’altra la abbaglia.
Follia e lucidità:
il confine fra il cielo e il mare
il tramonto di un sole che sta per ritornare.
Folle è l’amore appassionato
Folle è la passione dell’innamorato,
che ti penetra nel corpo, nel cuore e nella mente, elevandoti l’anima al massimo esponente.
Follia,
forse frenesia dell’amante?
Forse paura di perdere se stesso?
Forse il nascondiglio dell’adesso?
Il nascondiglio di una mente che teme
un’anima senza speme.
Folle è anche ciò che provo per te!
La mia anima, il mio corpo e il mio cuore
Che non sanno più nascondere il TUO amore!
28 settembre 2008
Poesia

OMBRE E RIFLESSI
Il buio della notte sa chi cullare:
le ombre di questa vita
lo vogliono solleticare.
Le luci del giorno sanno a chi parlare:
i riflessi delle azioni quotidiane
vogliono sentirsi illuminare.
L’anima buia e recondita,
vaga contraddittoria;
racconta il peggio della propria storia.
L’anima chiara e manifesta,
procede autentica;
racconta quello di cui di notte si dimentica.
I riflessi te lo spiegano sorridendo,
e le ombre te lo mostrano, nascondendolo
il mio corpo che freme
per il piacere di gioire insieme.
Le ombre della notte: un corpo che sente,
che con i riflessi della luce lo imbarazza la mente,
per diventare una cosa sola: un sogno che vola.
Le ombre del buio hanno confini contrastanti,
volano basse, confuse, e si perdono
nelle anime degli amanti.
Come su una candela, una fiammella accesa
Tu ci sei e illumini l’ombra della sera.
Come su una candela, una fiammella spenta
Tu sei lì: meridiana dei miei giorni.
Tu sai fino a dove farmi volare:
tendi e lasci il filo di quell’aquilone,
di notte, con le ombre lo liberi e lo fai danzare
di giorno, dai riflessi lo lasci illuminare.
Tu,
sintesi dell’ombra e della luce,
confine tra il cielo e il mare
tu sei l’orizzonte che mi accoglie anche quando
non so dove andare.
27 settembre 2008
Poesia

CORRE IL MIO AMORE
Per i viali di un mondo meraviglioso
corre felice un bambino, con un palloncino in mano;
ha un viso dolce e uno sguardo curioso
alza gli occhi al sole, e lo vede alzarsi lontano.
Non sa nulla del tempo, degli anni che verranno,
dei prati fioriti e delle distese ingiallite
che rattristarsi e intenerirsi lo vedranno,
quando dovrà rimarginare le sue ferite.
Corre veloce, fugge lontano, calpesta le foglie cadute;
troppo dolore, troppa stanchezza,
poche le poesie a lui devolute
lui che segue invano la sua giovinezza.
Corre frenetico il suo treno pieno di vita
su un sentiero immenso ma obbligato,
più di corsa di quanto le sue dita
un vero amore abbiano mai accarezzato.
Fermati un attimo, voltati a guardare
Dentro il tuo cuore pieno di sentimenti,
lascia che sia lui a raccontare:
una storia di battaglie, tregue e tormenti.
Tra i vialetti di quel paradiso oggi è tornato
Rannicchiato come un bimbo in grembo ad un albero secolare
Per cercare risposte che fino ad ora non ha mai trovato:
Ama amore e fatti Amare!
22 settembre 2008
Poesia

LASCIAMO CHE I SOGNI VOLINO PIU' IN ALTO DEGLI UCCELLI
Dove atterrano i sogni se non c’è chi li fa volare?
Dove crescono le emozioni, se c’è chi ha paura di amare?
È come quell’ aquilone che non sa dove andare,
quando chi a tenerlo è incapace di farlo volare.
Lassù non ci sono aerei che segnano traiettorie,
genti che raccontano imprese e grandi storie;
solo stelle, distratte e lontane, che consolano per pochi momenti
chi, alzando gli occhi,cerca pace per i propri tormenti.
Quaggiù la vita va di fretta,
talvolta condanna
anche chi la ama e la rispetta.
Sfacciata e sprezzante
si dimentica dell’uomo sognante.
Tu,
fatto di parole e spazi bianchi da riempire,
che anche quando non parli
mi sai cosa dire
mi hai insegnato a liberare le emozioni
a riempire la mia vita di canzoni;
canzoni, talune, ancora da scrivere,
da chi aveva perso la voglia di ridere.
Tu,
che porti i treni veloci e lontano,
trascini con te storie vecchie e nuove, coscienze e pensieri
di chi seduto, si fida di te perché è lo stesso viaggio di ieri.
Tu,
hai sbrogliato il filo di quell’aquilone tormentato
e nella giusta direzione l’hai portato,
perché sopra a dove volano gli uccelli,
potesse danzare
e la’ dove danzano le stelle
potesse volare.
11 dicembre 2007
Il Nostro "NO" alla "cosa Rossa"

Siamo compagne e compagni del circolo del Partito della Rifondazione Comunista (PRC) di Viterbo, in veste sia di componenti il direttivo che di semplici iscritte/i . Non parliamo a nome di correnti organizzate: aldilà della bontà delle singole mozioni, la frammentazione correntizia ha indubbiamente contribuito a creare questa situazione. Non abbiamo neppure seguito, nel recente passato, scissioni dal sapore squisitamente personalistico o aderito ad aree programmatiche per stare con un piede dentro e l’altro fuori in attesa degli eventi. Abbiamo al contrario deciso, nonostante tutto, di restare nel Partito e di condurre in suo nome diverse battaglie, nella fattispecie su temi come: lavoro, questioni di genere, scuola pubblica, ambiente e memoria storica, in un contesto cittadino decisamente difficile ed ostile. Ultimamente sembrano però venir meno i requisiti minimi per garantire la nostra militanza in questa formazione, o meglio: veniamo a sapere che in realtà il Partito è in fase di liquidazione, in assenza tra l’altro d’un adeguato dibattito in merito al suo interno, e per cui ci sentiamo in dovere di redigere questo documento onde precisare quali siano le nostre posizioni.
Impossibile elencare, tra congressi e conferenze organizzative, tutte le tappe del processo che va concludendosi con la cancellazione di quest’esperienza chiamata Rifondazione. Facendo una forzata sintesi: si è passati dall’opposizione alle “due destre” (1998-’01) alla fusione nei movimenti del periodo successivo, alla quale però si è accompagnata, col grimaldello della nonviolenza, una progressiva presa di distanza dal comunismo che, a rigor di logica, d’un partito comunista dovrebbe rappresentare la ragion d’essere. Qualcosa già non quadrava. Il tutto s’è sintetizzato nel diktat: superare le categorie del ‘900, come se questo secolo fosse stato - aldilà delle valutazioni sul socialismo reale - una cosa a sé, sganciata dalle epoche precedenti, e senza considerare che quelle categorie ideologiche esplicatesi nella politica del XX sec. siano state in realtà elaborate nel corso dei due secoli precedenti. Quest’abiura del proprio passato, basata su d’una lettura alquanto discutibile della storia umana, ha comportato in più casi l’apertura al revisionismo strumentale, anche il più becero. A livello locale, ad es., ci siamo trovati in imbarazzo quando, dinanzi a quei gravi fatti di violenza fascista che sempre si presentano nella nostra città, non è mancato nel PRC chi, inserendolo nelle categorie novecentesche (quindi violente), ha avanzato la proposta di superamento dell’antifascismo.
Di questo passo ci si è così trovati alla fusione nel centrosinistra (2005), con un colpo di spugna sulle profonde lacerazioni createsi, non a caso, per più d’un decennio con la sinistra moderata e su questioni non certo irrilevanti (guerra, allineamento totale con l’imperialismo americano, liberismo, subalternità alle gerarchie ecclesiastiche e l’elenco non finirebbe mai). Tutto ciò per la partecipazione ad un’esperienza governativa che ora può dirsi, sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario, tutt’altro che soddisfacente. È il caso di ammettere, semmai, che in base ai presupposti coi quali oggi si sostiene che questo governo stia comunque operando bene, in passato si sarebbe potuto partecipare a qualsiasi esecutivo democristiano. Sembra anzi che il portato del PRC sia utile essenzialmente all’opposizione (pur oggi presa da problemi d’altro genere) per dire, chissà quanto sinceramente, che il governo Prodi è schiacciato sull’estrema sinistra.
Ora siamo all’estinzione del Partito stesso. Grazie principalmente alla frammentazione interna, le svolte di cui sopra sono state perlopiù legittimamente sancite in sede congressuale, seppur non in termini chiarissimi e con maggioranze non certo plebiscitarie. Siamo dell’avviso però che negli ultimi mesi i processi si siano, per così dire, accelerati e che il gruppo dirigente del PRC stia prendendo decisioni inconsulte quanto scellerate da porre poi dinanzi ai militanti come fatto compiuto: prendere o lasciare. Ciò che è più allarmante è che non si tratta ora di decisioni stabilite nelle normali sedi deliberanti ma a suon di editoriali d’opinione e sparate - anticastriste, piuttosto che antichaviste, antimaoiste o chissà cos’altro - dalle colonne del quotidiano vicino al Partito “Liberazione” e in ospitate televisive, dove rappresentanti PRC, o intellettuali a loro “organici”, ufficializzano a chiare lettere che il comunismo è superato, fino a farlo assurgere a categoria negativa, così come i suoi simboli e denominazioni, di modo da poter passare al famigerato “dell’altro”. L’altare sul quale si sta sacrificandoli tutto è il nuovo soggetto politico unitario, un partito unico frutto della fusione con Comunisti Italiani (PDCI), Sinistra Democratica (SD) e Verdi. Un partito del quale si sente l’esigenza a seguito della nascita di quello Democratico (PD) - nonché delle possibili modifiche al sistema elettorale - e della mancanza, adesso in Italia, d’una formazione socialista-riformista considerevole, come dire: essere socialdemocratici è un lavoro sporco che qualcuno dovrà pur fare. A sentirli, questi strateghi “dellaltristi”, l’investitura popolare per questo nuovo soggetto sarebbe venuta dalla manifestazione del 20 ottobre. A noi quella manifestazione dice tutt’altro: un milione di bandiere rosse con la falce e martello, portate orgogliosamente da militanti PRC e PDCI che hanno tenuto a ribadire la propria identità politica, in un contesto ove due dei partiti che andrebbero a formare questo nuovo soggetto, SD e Verdi, non c’erano!
Papabile segretario del nuovo partito - stando sempre alle voci che circolano -, l’attuale governatore della Puglia Nichi Vendola; proprio questi si è reso protagonista dell’episodio a nostro avviso più controverso, nella sua partecipazione alla puntata de “L’Infedele”, in onda su La7 mercoledì 21 novembre, eloquentemente intitolata “Dopo la falce e il martello”. Vendola ha qui esplicitamente condannato il comunismo tout court, con parole che avrebbero fatto invidia al reazionario più inferocito. Perché certe istanze vengono liberamente enunciate nelle trasmissioni d’approfondimento politico e smentite nel dibattito interno al Partito?
Veniamo ora a sapere, sempre da mezzi di comunicazione esterni, se non estranei, al PRC, che l’8 e 9 dic. prossimi, in violazione tra l’altro dei principi statutari del PRC stesso, si dovrebbero tenere gli stati generali dei vertici dei quattro partiti che andranno per fondersi, con tanto di presentazione di simbolo e nome del nuovo soggetto: si vocifera d’un arcobaleno con la didascalia “La Sinistra” (che sforzo!). Quando mai ciò è stato proposto nel dibattito interno? Quando le/gli iscritte/i sono stati informati di questi propositi? Questo soggetto, per giunta, renderà obsoleto il già discutibilissimo quanto scialbo progetto di Sinistra Europea (SE), a suo tempo avviato per il superamento del Partito in altri termini, inglobandolo in un gioco di scatole cinesi: il PRC confluisce in SE che a sua volta confluisce nel nuovo soggetto ove, è banale dirlo, l’idea comunista rappresenterà nient’altro che una corrente interna assieme ad altre, anche marcatamente anticomuniste. Che garanzie d’agibilità ci darebbe questo partito? Siamo sicuri che con le altre forze politiche coinvolte pesino più gli elementi di unione che di divisone? Per quanto riguarda SD, si tratta d’una forza politica la quale discriminante di base col PD è data dal desiderio di permanenza nell’Internazionale Socialista, e che ha sostenuto, e oggi continua a sostenere, le scelte fondamentali del centrosinistra, dalla guerra nel Kossovo a quella in Afghanistan, per dire degli aspetti più gravi, che vedevano ostile il PRC. Per gli altri partiti torniamo a faccende specifiche della nostra città: in questi giorni si è avuta la conferma ufficiale che a Viterbo avverrà la costruzione del terzo scalo aeroportuale del Lazio; si tratta di uno scempio in termini d’impatto ambientale e di salute dei cittadini, in favore di una compagnia low-cost come la multinazionale irlandese Ryanair, celebre per far profitto sul precariato agendo nel mercato del lavoro con leggi da terzo mondo. La battaglia contro la costruzione di questo scalo vede il circolo PRC in prima linea, quando SD si dice favorevole e il PDCI addirittura si pavoneggia per aver svolto un ruolo di mediazione col “compagno ministro” dei trasporti Bianchi, in nome di questa “grande occasione di sviluppo per il territorio”. Questo per dire che verrebbe automaticamente meno il pur generico antiliberismo di cui questo soggetto si dovrebbe ammantare. Circa i Verdi, va detto che nella realtà viterbese, ma forse anche altrove, aldilà dei risultati elettorali, non sono nei fatti un vero e proprio partito: solo a tratti ne assumono pubblicamente le sembianze. Il loro reclutamento significherebbe più che altro l’inclusione di qualche pur rispettabilissima personalità dai molteplici impegni e risvolti (ARCI, WWF, Legambiente, LAV e comitati vari) e poco più.
Sia ben chiaro, la collaborazione con queste forze è per noi quanto di più prezioso. Abbiamo condotto assieme le recenti mobilitazioni antifasciste e continueremo a collaborare strettamente con loro nel rispetto reciproco e laddove ci sarà bisogno. Ma nello stesso tempo siamo seriamente perplessi sul fatto che con queste forze si possa convivere addirittura nello stesso partito, per i motivi appena elencati, e non solo quelli. Ci potrebbe essere certo la preferibile ipotesi di confederazione ma, stanti così le cose, essa rappresenterà solo l’anticamera del partito unico.
Rivendichiamo perciò la conservazione del Partito, dei suoi simboli e della sua denominazione. Non è il nostro un atteggiamento fideistico: ci basiamo su dei dati di fatto. Se è vero che nomina sunt consequentia rerum, il cambiamento del nome e del simbolo non è soltanto una scelta estetica: si vuol cancellare un’intera cultura, rinunciando a quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (C. Marx), che il PRC ha da sempre impresso sulla tessera, per trasformarlo in un’opzione correntizia immersa in un calderone politico. Quello che più ci sta a cuore è la vita quotidiana: serbiamo dubbi sul fatto che nella battaglia politica di tutti i giorni una formazione politica insipida, come quella che si sta per creare, possa divenire punto di riferimento per il mondo del lavoro, per il precariato, per gli immigrati e per i giovani quanto un partito comunista, soprattutto oggi che occorre fronteggiare una massiccia diffusione dell’estrema destra nei quartieri, che riguarda in particolar modo giovani in cerca di risposte e prospettive. Siamo convinti che con la coscienza di sé, camminando sulle proprie gambe, si possa andar lontano: per diversi PC la diluizione si è dimostrata un totale fallimento. In Francia la svolta “non comunista” del PCF ha portato alla quasi scomparsa del PCF; in Spagna Yzquerda Unida, pur nata con presupposti specificatamente anticapitalisti, ha portato alla scomparsa del PCE. E che dire delle vicende che in Italia hanno portato dal PCI al PD? Questo è un altro punto su cui ci preme insistere: vogliamo che quel percorso iniziato con la Bolognina nel 1989 e conclusosi quest’anno sia da considerarsi come esempio dal quale prendere le distanze. Ci sembra invece che per questo partito in fieri se ne vogliano prendere le mosse. Almeno per scaramanzia sarebbe stato opportuno non parlare di “cosa rossa”: la “cosa” era il PDS di Occhetto (1991), la “cosa 2” erano i DS di D’Alema (1998). Sappiamo tutti com’è andata a finire. Qualcuno vuol fare per caso lo stesso? Lo dica chiaramente!
Noi intendiamo muoverci invece nella direzione diametralmente opposta. Siamo per il rilancio dell’autonomia, se non dell’indipendenza, comunista: sarebbe indegno batter ritirata proprio ora che si sta scatenando su scala internazionale una nuova ondata anticomunista, in Italia recentemente concretizzatasi nella proposta del deputato UDC Volonté d’introdurre l’apologia di comunismo. Un’ondata non dovuta, anch’essa, al caso: secondo i pronostici dei sostenitori della “fine della storia”, il socialismo si sarebbe dovuto estinguere col collasso del blocco sovietico, con effetto domino. Così non è stato: molte esperienze socialiste (da non intendersi come socialdemocratiche, è chiaro), certo tra mille difficoltà e contraddizioni, hanno assorbito i colpi di quel collasso proseguendo il loro percorso. Altre realtà invece - cosa qualche anno fa relegabile alla fantascienza - si stanno ora avviando pur faticosamente al socialismo, come accade in America Latina, traendo spunto anche dalle esperienze rivoluzionarie del ‘900 (Russia sovietica, Cina, Cuba e Vietnam su tutte), mentre l’imperialismo guerrafondaio che sta mettendo a ferro e fuoco il pianeta vede il suo picco d’impopolarità.
Non è questa certo la sede per un dibattito approfondito sul concetto di comunismo ma per noi l’essere critici con le esperienze comuniste realizzate non coincide affatto con l’abiura verso quelli che ne sono i presupposti: questa fino a poco tempo fa era la posizione del PRC...
Come rendere questa autonomia, oppure indipendenza, effettiva? Bisogna partire proprio dalle sedi del Partito; i circoli e le federazioni non debbono essere luoghi di riunione per funzionari intenti a spartirsi gli incarichi ma centri vitali d’irradiazione della coscienza politica, del sapere, del dibattito e quindi dell’appartenenza. Fatto ciò il Partito deve rifuggire dai salotti e rifiutarne la blandizie per tornare ad essere massicciamente presente nei luoghi di lavoro, di studio, nelle periferie e ovunque si presentino con più veemenza i disagi sociali e civili. Questi sono i requisiti indispensabili per ogni prospettiva di rilancio. Non si debbono attendere i movimenti, ci si deve semmai “movimentare” di proprio.
Sulla scia dell’assemblea d’autoconvocazione degli iscritti, tenuta a Firenze il 25 novembre, e nella speranza che queste nostre riflessioni siano utili per riavviare un dibattito e mandare un segnale chiaro, attendiamo di sapere che cosa pensano a riguardo e cos’hanno intenzione di fare, nel Viterbese come altrove, le altre realtà vive del PRC, aldilà delle correnti d’appartenenza.
Impossibile elencare, tra congressi e conferenze organizzative, tutte le tappe del processo che va concludendosi con la cancellazione di quest’esperienza chiamata Rifondazione. Facendo una forzata sintesi: si è passati dall’opposizione alle “due destre” (1998-’01) alla fusione nei movimenti del periodo successivo, alla quale però si è accompagnata, col grimaldello della nonviolenza, una progressiva presa di distanza dal comunismo che, a rigor di logica, d’un partito comunista dovrebbe rappresentare la ragion d’essere. Qualcosa già non quadrava. Il tutto s’è sintetizzato nel diktat: superare le categorie del ‘900, come se questo secolo fosse stato - aldilà delle valutazioni sul socialismo reale - una cosa a sé, sganciata dalle epoche precedenti, e senza considerare che quelle categorie ideologiche esplicatesi nella politica del XX sec. siano state in realtà elaborate nel corso dei due secoli precedenti. Quest’abiura del proprio passato, basata su d’una lettura alquanto discutibile della storia umana, ha comportato in più casi l’apertura al revisionismo strumentale, anche il più becero. A livello locale, ad es., ci siamo trovati in imbarazzo quando, dinanzi a quei gravi fatti di violenza fascista che sempre si presentano nella nostra città, non è mancato nel PRC chi, inserendolo nelle categorie novecentesche (quindi violente), ha avanzato la proposta di superamento dell’antifascismo.
Di questo passo ci si è così trovati alla fusione nel centrosinistra (2005), con un colpo di spugna sulle profonde lacerazioni createsi, non a caso, per più d’un decennio con la sinistra moderata e su questioni non certo irrilevanti (guerra, allineamento totale con l’imperialismo americano, liberismo, subalternità alle gerarchie ecclesiastiche e l’elenco non finirebbe mai). Tutto ciò per la partecipazione ad un’esperienza governativa che ora può dirsi, sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario, tutt’altro che soddisfacente. È il caso di ammettere, semmai, che in base ai presupposti coi quali oggi si sostiene che questo governo stia comunque operando bene, in passato si sarebbe potuto partecipare a qualsiasi esecutivo democristiano. Sembra anzi che il portato del PRC sia utile essenzialmente all’opposizione (pur oggi presa da problemi d’altro genere) per dire, chissà quanto sinceramente, che il governo Prodi è schiacciato sull’estrema sinistra.
Ora siamo all’estinzione del Partito stesso. Grazie principalmente alla frammentazione interna, le svolte di cui sopra sono state perlopiù legittimamente sancite in sede congressuale, seppur non in termini chiarissimi e con maggioranze non certo plebiscitarie. Siamo dell’avviso però che negli ultimi mesi i processi si siano, per così dire, accelerati e che il gruppo dirigente del PRC stia prendendo decisioni inconsulte quanto scellerate da porre poi dinanzi ai militanti come fatto compiuto: prendere o lasciare. Ciò che è più allarmante è che non si tratta ora di decisioni stabilite nelle normali sedi deliberanti ma a suon di editoriali d’opinione e sparate - anticastriste, piuttosto che antichaviste, antimaoiste o chissà cos’altro - dalle colonne del quotidiano vicino al Partito “Liberazione” e in ospitate televisive, dove rappresentanti PRC, o intellettuali a loro “organici”, ufficializzano a chiare lettere che il comunismo è superato, fino a farlo assurgere a categoria negativa, così come i suoi simboli e denominazioni, di modo da poter passare al famigerato “dell’altro”. L’altare sul quale si sta sacrificandoli tutto è il nuovo soggetto politico unitario, un partito unico frutto della fusione con Comunisti Italiani (PDCI), Sinistra Democratica (SD) e Verdi. Un partito del quale si sente l’esigenza a seguito della nascita di quello Democratico (PD) - nonché delle possibili modifiche al sistema elettorale - e della mancanza, adesso in Italia, d’una formazione socialista-riformista considerevole, come dire: essere socialdemocratici è un lavoro sporco che qualcuno dovrà pur fare. A sentirli, questi strateghi “dellaltristi”, l’investitura popolare per questo nuovo soggetto sarebbe venuta dalla manifestazione del 20 ottobre. A noi quella manifestazione dice tutt’altro: un milione di bandiere rosse con la falce e martello, portate orgogliosamente da militanti PRC e PDCI che hanno tenuto a ribadire la propria identità politica, in un contesto ove due dei partiti che andrebbero a formare questo nuovo soggetto, SD e Verdi, non c’erano!
Papabile segretario del nuovo partito - stando sempre alle voci che circolano -, l’attuale governatore della Puglia Nichi Vendola; proprio questi si è reso protagonista dell’episodio a nostro avviso più controverso, nella sua partecipazione alla puntata de “L’Infedele”, in onda su La7 mercoledì 21 novembre, eloquentemente intitolata “Dopo la falce e il martello”. Vendola ha qui esplicitamente condannato il comunismo tout court, con parole che avrebbero fatto invidia al reazionario più inferocito. Perché certe istanze vengono liberamente enunciate nelle trasmissioni d’approfondimento politico e smentite nel dibattito interno al Partito?
Veniamo ora a sapere, sempre da mezzi di comunicazione esterni, se non estranei, al PRC, che l’8 e 9 dic. prossimi, in violazione tra l’altro dei principi statutari del PRC stesso, si dovrebbero tenere gli stati generali dei vertici dei quattro partiti che andranno per fondersi, con tanto di presentazione di simbolo e nome del nuovo soggetto: si vocifera d’un arcobaleno con la didascalia “La Sinistra” (che sforzo!). Quando mai ciò è stato proposto nel dibattito interno? Quando le/gli iscritte/i sono stati informati di questi propositi? Questo soggetto, per giunta, renderà obsoleto il già discutibilissimo quanto scialbo progetto di Sinistra Europea (SE), a suo tempo avviato per il superamento del Partito in altri termini, inglobandolo in un gioco di scatole cinesi: il PRC confluisce in SE che a sua volta confluisce nel nuovo soggetto ove, è banale dirlo, l’idea comunista rappresenterà nient’altro che una corrente interna assieme ad altre, anche marcatamente anticomuniste. Che garanzie d’agibilità ci darebbe questo partito? Siamo sicuri che con le altre forze politiche coinvolte pesino più gli elementi di unione che di divisone? Per quanto riguarda SD, si tratta d’una forza politica la quale discriminante di base col PD è data dal desiderio di permanenza nell’Internazionale Socialista, e che ha sostenuto, e oggi continua a sostenere, le scelte fondamentali del centrosinistra, dalla guerra nel Kossovo a quella in Afghanistan, per dire degli aspetti più gravi, che vedevano ostile il PRC. Per gli altri partiti torniamo a faccende specifiche della nostra città: in questi giorni si è avuta la conferma ufficiale che a Viterbo avverrà la costruzione del terzo scalo aeroportuale del Lazio; si tratta di uno scempio in termini d’impatto ambientale e di salute dei cittadini, in favore di una compagnia low-cost come la multinazionale irlandese Ryanair, celebre per far profitto sul precariato agendo nel mercato del lavoro con leggi da terzo mondo. La battaglia contro la costruzione di questo scalo vede il circolo PRC in prima linea, quando SD si dice favorevole e il PDCI addirittura si pavoneggia per aver svolto un ruolo di mediazione col “compagno ministro” dei trasporti Bianchi, in nome di questa “grande occasione di sviluppo per il territorio”. Questo per dire che verrebbe automaticamente meno il pur generico antiliberismo di cui questo soggetto si dovrebbe ammantare. Circa i Verdi, va detto che nella realtà viterbese, ma forse anche altrove, aldilà dei risultati elettorali, non sono nei fatti un vero e proprio partito: solo a tratti ne assumono pubblicamente le sembianze. Il loro reclutamento significherebbe più che altro l’inclusione di qualche pur rispettabilissima personalità dai molteplici impegni e risvolti (ARCI, WWF, Legambiente, LAV e comitati vari) e poco più.
Sia ben chiaro, la collaborazione con queste forze è per noi quanto di più prezioso. Abbiamo condotto assieme le recenti mobilitazioni antifasciste e continueremo a collaborare strettamente con loro nel rispetto reciproco e laddove ci sarà bisogno. Ma nello stesso tempo siamo seriamente perplessi sul fatto che con queste forze si possa convivere addirittura nello stesso partito, per i motivi appena elencati, e non solo quelli. Ci potrebbe essere certo la preferibile ipotesi di confederazione ma, stanti così le cose, essa rappresenterà solo l’anticamera del partito unico.
Rivendichiamo perciò la conservazione del Partito, dei suoi simboli e della sua denominazione. Non è il nostro un atteggiamento fideistico: ci basiamo su dei dati di fatto. Se è vero che nomina sunt consequentia rerum, il cambiamento del nome e del simbolo non è soltanto una scelta estetica: si vuol cancellare un’intera cultura, rinunciando a quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (C. Marx), che il PRC ha da sempre impresso sulla tessera, per trasformarlo in un’opzione correntizia immersa in un calderone politico. Quello che più ci sta a cuore è la vita quotidiana: serbiamo dubbi sul fatto che nella battaglia politica di tutti i giorni una formazione politica insipida, come quella che si sta per creare, possa divenire punto di riferimento per il mondo del lavoro, per il precariato, per gli immigrati e per i giovani quanto un partito comunista, soprattutto oggi che occorre fronteggiare una massiccia diffusione dell’estrema destra nei quartieri, che riguarda in particolar modo giovani in cerca di risposte e prospettive. Siamo convinti che con la coscienza di sé, camminando sulle proprie gambe, si possa andar lontano: per diversi PC la diluizione si è dimostrata un totale fallimento. In Francia la svolta “non comunista” del PCF ha portato alla quasi scomparsa del PCF; in Spagna Yzquerda Unida, pur nata con presupposti specificatamente anticapitalisti, ha portato alla scomparsa del PCE. E che dire delle vicende che in Italia hanno portato dal PCI al PD? Questo è un altro punto su cui ci preme insistere: vogliamo che quel percorso iniziato con la Bolognina nel 1989 e conclusosi quest’anno sia da considerarsi come esempio dal quale prendere le distanze. Ci sembra invece che per questo partito in fieri se ne vogliano prendere le mosse. Almeno per scaramanzia sarebbe stato opportuno non parlare di “cosa rossa”: la “cosa” era il PDS di Occhetto (1991), la “cosa 2” erano i DS di D’Alema (1998). Sappiamo tutti com’è andata a finire. Qualcuno vuol fare per caso lo stesso? Lo dica chiaramente!
Noi intendiamo muoverci invece nella direzione diametralmente opposta. Siamo per il rilancio dell’autonomia, se non dell’indipendenza, comunista: sarebbe indegno batter ritirata proprio ora che si sta scatenando su scala internazionale una nuova ondata anticomunista, in Italia recentemente concretizzatasi nella proposta del deputato UDC Volonté d’introdurre l’apologia di comunismo. Un’ondata non dovuta, anch’essa, al caso: secondo i pronostici dei sostenitori della “fine della storia”, il socialismo si sarebbe dovuto estinguere col collasso del blocco sovietico, con effetto domino. Così non è stato: molte esperienze socialiste (da non intendersi come socialdemocratiche, è chiaro), certo tra mille difficoltà e contraddizioni, hanno assorbito i colpi di quel collasso proseguendo il loro percorso. Altre realtà invece - cosa qualche anno fa relegabile alla fantascienza - si stanno ora avviando pur faticosamente al socialismo, come accade in America Latina, traendo spunto anche dalle esperienze rivoluzionarie del ‘900 (Russia sovietica, Cina, Cuba e Vietnam su tutte), mentre l’imperialismo guerrafondaio che sta mettendo a ferro e fuoco il pianeta vede il suo picco d’impopolarità.
Non è questa certo la sede per un dibattito approfondito sul concetto di comunismo ma per noi l’essere critici con le esperienze comuniste realizzate non coincide affatto con l’abiura verso quelli che ne sono i presupposti: questa fino a poco tempo fa era la posizione del PRC...
Come rendere questa autonomia, oppure indipendenza, effettiva? Bisogna partire proprio dalle sedi del Partito; i circoli e le federazioni non debbono essere luoghi di riunione per funzionari intenti a spartirsi gli incarichi ma centri vitali d’irradiazione della coscienza politica, del sapere, del dibattito e quindi dell’appartenenza. Fatto ciò il Partito deve rifuggire dai salotti e rifiutarne la blandizie per tornare ad essere massicciamente presente nei luoghi di lavoro, di studio, nelle periferie e ovunque si presentino con più veemenza i disagi sociali e civili. Questi sono i requisiti indispensabili per ogni prospettiva di rilancio. Non si debbono attendere i movimenti, ci si deve semmai “movimentare” di proprio.
Sulla scia dell’assemblea d’autoconvocazione degli iscritti, tenuta a Firenze il 25 novembre, e nella speranza che queste nostre riflessioni siano utili per riavviare un dibattito e mandare un segnale chiaro, attendiamo di sapere che cosa pensano a riguardo e cos’hanno intenzione di fare, nel Viterbese come altrove, le altre realtà vive del PRC, aldilà delle correnti d’appartenenza.
22 ottobre 2006
A volte ritornano......o sono sempre stati qui?

Ancora una volta quest’amministrazione comunale a scelto di non scegliere, di lasciare in pratica che le scelte importanti sul territorio le faccia il privato e il mercato (?), con la logica del massimo profitto e la minima spesa, senza nessuna programmazione politica e territoriale.
La scelta di lasciare realizzare a fianco di una villa importante e storica, all’interno di un territorio ancora in gran parte incontaminato, la mega –clinica di “Villa Buon Respiro “ ( ben 117000mc), riapre una ferita mai chiusa, di cui ancora oggi paghiamo il prezzo in termini, economici, sociali e soprattutto ambientali, la scelta in altre parole, di costruire l’ospedale civile di Belcolle, sulla parte collinare dei monti Cimini, un colosso che si mostra alla vista, da qualsiasi punto della città ti trovi e a chilometri di distanza.
C’è da rilevare che la logica di quest’ultima scelta, ha una coreografia antica, messa in atto da un potere politico cittadino sempre uguale a se stesso, in peritura presenza a dettare scelte di sicuro effetto distruttivo dell’ambiente, c’è da rilevare però che i trenta anni di passati, hanno portato quelli che, in sparuta presenza in consiglio comunale, la prima scelta osteggiarono, a giustificare e sostenere con forza la scelta attuale, infliggendo un’altra ferita ambientale e pareggiando i conti con il loro passato, in nome di uno sviluppo economico, dubbio, ma pur sempre utile per giustificare qualsiasi iniziativa.
E’ vero, trenta anni sono un tempo lunghissimo, dentro il quale ci sono stati cambiamenti politici, culturali e storici, un tempo così lungo in cui le scorie di vecchie ideologie sono state seppellite nella discarica dei ricordi, in cui certi valori, certe battaglie in difesa del territorio, in difesa del più debole dalla prevaricazione del più forte, della condanna della tracotante arroganza, si sono annacquate nelle sacre acque di Fiuggi, e nella meravigliosa acqua marina Riminese d’Occhettiana memoria.
Oggi è il tempo in cui un’altra ideologia ha preso il sopravvento: quello del business, degli affaristi rampanti che avanzano strattonando, eludendo la fila delle persone che aspettano.
Quelli che: pagare le tasse significa farsi rubare i soldi dallo stato.
Quelli che: sanno muoversi nei centri di potere.
Quelli che: sanno tenere rapporti d’amicizia e in nome di quella tutto possono.
Quelli che: dall’odiato stato sanno succhiare il latte e diventare ricchi.
Quelli che: ti portano il conto della loro amicizia.
C’è una cosa che il tempo passato, non è riuscito a cambiare in questa città: lo stile andreottiano. criticato da destra e da sinistra. Lo stile di chi sta fermo, immobile nel suo tempo, ma nello stesso tempo lo precorre, attuale oggi come ieri, maestro dei governanti, e dell’imperante politica politicante.
Iscriviti a:
Post (Atom)