27 maggio 2006
25 maggio 2006

Si è aperto un dibattito su alcuni siti blog dei comunisti di Rifondazione sulla scissione che sta tentando di fare Ferrando, credo che ciascuno che si senta comunista debba dire la sua sull'opportunita di questa scelta, approfitto per sintetizzare la mia scelta personale.
Io Resto!!!
Sono tra quelli che ha criticato Bertinotti all’ultimo congresso per la sua incapacità di sintesi politica interna, per aver aperto la strada alle correnti esaltandole e legittimandole attraverso un congresso per tesi contrapposte, per aver creduto che un partito politico fosse un’azienda dove con la maggioranza del 58% si può decidere per tutti, per la politica di internità “ all’Unione” senza uno straccio di programma di governo, per aver dimostrato tutta la sua essenza socialdemocratica e per ultimo il suo rifugiarsi in un incarico istituzionale anziché cimentarsi politicamente a far rispettare quei pochi punti programmatici che rifondazione è riuscita a strappare a “Mortadella”.
Ma resto.
Resto e non mi convince questa uscita sbattendo la porta di Ferrando, ma molto più politicamente perché credo che questo sia il momento di maggior impegno politico per fermare la deriva di Rifondazione, per riaffermare il bisogno di radicalità all’interno di un governo egemonizzato dai DS e Margherita e dai Banchieri di Padua Schioppa.
Resto, perché sono tra quelli che hanno Fondato questo partito,
Resto, perchè un partito comunista residuale non avrebbe spazio nella società italiana
Resto, perché so che un’altra scissione potrebbe solo cancellare per lungo tempo la possibilità di lotta per continuare ad affermare la diversità politica “Comunista”,
Resto, perché ci sono ancora gli spazi per ridare identità comunista a Rifondazione.
Resto nonostante Bertinotti e Bertinottiani.
Resto perché sono Comunista.
14 maggio 2006
Riflessioni

Un vecchio Consigliere Comunale della mia città, all’opposizione nei consigli comunali della prima Repubblica, quando voleva semplificare il ragionamento sulla politica cittadina, usava una parola forte, dicendo: “Il mondo politico cittadino opera come la mafia, vale a dire tiene legami stretti con i poteri forti della Città, e a quegli interessi guarda con rispetto e riverenza e si muove e opera nei loro specifici interessi salvaguardandoli al di sopra e prima dell’interesse comune della gente, e da quei poteri forti riceve ed è ripagato con la creazione del consenso per riprodursi e continuare a gestire la cosa Pubblica”.
Lo diceva riferendosi al passato nei confronti dei grandi proprietari terrieri, che a suo dire, avevano impedito lo sviluppo industriale della città, con una visione ottocentesca deltyerritorio e del potere; ma anche e soprattutto nei confronti dei nuovi e rampanti imprenditori edili che durante il boom economico avevano e continuavano a stravolgere la città con una crescita urbanistica dissennata, con il consenso e la complicità degli amministratori locali.
Io, giovane di sinistra, ero colpito dalle velate critiche che da quei discorsi trapelavano nei confronti del partito Comunista a cui guardavo con interesse e simpatia, al quale addebitava l’incapacità di rompere quel legame perverso tra politica e affari, addebitandolo ad un abbassamento del livello di tensione sulla "questione morale" e verso le pratiche clientelari che da quei rapporti derivavano.
A distanza di molti anni, nel ricordare quel personaggio con ammirazione, per la forza e l’impeto che metteva nelle battaglie di moralizzazione della politica e alla luce dell’esperienza che sto facendo, mi rendo conto che niente è cambiato, nonostante "mani pulite" e tutte le vicende che si sono susseguite negli ultimi quindici anni, anzi, direi che i politici che ora amministrano la città, che in parte sono gli stessi di quei tempi, sono di molto e peggiorati, tanto che quello che prima facevano nelle segrete stanze oggi lo realizzano alla luce del giorno.Di fatto in questa città, si può essere eletto in un partito della minoranza e passare a far parte della maggioranza senza che la cosa crei scandalo più di tanto, oppure essere eletti in un partito della maggioranza e passare in un altro partito della stessa maggioranza senza che ciò inneschi una crisi all’interno della giunta e del Consiglio Comunale.
Nessuno si stupisce più di tanto se i candidati organizzano incontri elettorali in grandi ristoranti con centinaia di cene pagate, o grandi assemblee nelle discoteche ad ingresso libero in cui il candidato piuttosto che parlare di politica preferisce stringere mani o fare promesse che per la maggior parte dei casi sa che non potrà mantenere.Così come nessuno ha da ridire se i giovani alla ricerca di un lavoro stabile, anziché rivolgersi all’ufficio di collocamento, si rivolgono alle sedi dei partiti, se l’imprenditore Tizio vince appalti congeniati appositamente a suo vantaggio, o se per l'imprenditore Caio si modifica di fatto il piano regolatore,oppure se per Sempronio si fa un apposito bando di assunzione ad personam.
Non ci s’indigna, anzi diventa una prassi naturale se le presidenze delle società di servizio pubblico derivano da una spartizione dei partiti, e che vi si nominano esponenti di partito con o senza le qualità imprenditoriali necessarie, oppure che siano amministrate come se fossero di proprietà dei partiti anziché dei cittadini.
Credo che sia necessario che in questa città si ricominci a mettere all’ordine del giorno dei partiti, in special modo di quelli di sinistra la “Questione Morale”, prima che la rassegnazione prenda definitivamente il sopravvento e che la continua pratica della politica clientelare entri definitivamente anche nel centrosinistra e contribuisca a cancellare nella maggioranza dei cittadini, la capacità di stupirsi e indignarsi contro quelle pratiche politiche, l’unica molla che può spingere gli elettori a rifiutare questo ceto politico al governo della città.




